mercoledì 19 febbraio 2014

SHINTOISMO


Shintoismo


Lo Shintō o Shintoismo (talvolta italianizzato in Scintoismo) è una religione nativa del Giappone. Prevede l'adorazione dei Kami, un termine che si può tradurre come divinità, spiriti naturali o semplicemente presenze spirituali. Alcuni kami sono locali e possono essere considerati come gli spiriti guardiani di un luogo particolare, ma altri possono rappresentare uno specifico oggetto o un evento naturale, come per esempio Amaterasu, la dea del Sole. Il Dio dei cristiani in giapponese viene tradotto come "kami". Anche le persone illustri, gli eroi e gli antenati divengono oggetto di venerazione dopo la morte e vengono a loro volta annoverati tra i kami. La parola Shinto nasce dall'unione dei due kanji: shin che significa "divinità", "spirito"(il carattere può essere anche letto come kami in giapponese ed è a sua volta formato dall'unione di altri due ideogrammi "altare" e "parlare, riferire"; letteralmente ciò che parla, si manifesta dall'altare. ne determina anche la lettura) e in cinese Tao ("via", "sentiero" e per estensione; in senso filosofico rende il significato di pratica o disciplina come in Judo o Karatedo o ancora Aikido ). Quindi, Shinto significa letteralmente "pratica degli Dèi", "via degli Dèi". In alternativa a Shinto, l'espressione puramente giapponese — con il medesimo significato — per indicare lo Shintoismo è Kami no michi. Il termine "shinto" viene adoperato anche per indicare il corpo del nume, ovvero la reliquia presso cui il kami partecipa materialmente (per esempio una spada sacra).
Nella seconda metà del XIX secolo, nel contesto del Rinnovamento Meiji fu elaborato lo Shinto di Stato 国家神道 (Kokka Shintō, 国家神道), che mirava a dare un supporto ideologico e uno strumento di controllo sociale alla classe dirigente giapponese, e poneva al centro la figura dell'impeatore e della dea Amaterasu, progenitrice della stirpe imperiale. Lo Shinto di stato fu smantellato alla fine della seconda guerra mondiale, con l'Occupazione del Giappone. Alcune pratiche ed insegnamenti shintoisti che durante la guerra erano considerati di grande preminenza ora non sono più insegnati o praticati mentre altri rimangono grandemente diffusi come pratiche quotidiane senza però assumere particolari connotazioni religiose, come l'Omikuji


(una forma di divinazione).

Storia della religione shintoista


Periodo preistorico


Le origini dello Shintoismo si sono perse nel tempo, ma pare che si sia originato alla fine dell'ultimo Periodo Jòmon. Esistono diverse teorie riguardo agli antenati del popolo giapponese odierno; la più accettata è quella che li indica come discendenti di popolazioni dell'Asia Centrale e Indonesia.

Più probabilmente dopo l'arrivo dei primi antenati del popolo cinese, ogni villaggio e area aveva la sua propria collezione di divinità e riti senza alcuna relazione tra un culto locale e l'altro. In seguito all'ascesa degli antenati dell'odierna famiglia imperiale giapponese andò probabilmente a crearsi un pantheon stabile, anche se mai definitivamente, in quanto anche oggi le divinità sono innumerevoli, proprio perché considerate manifestazione della natura stessa, sacra in ogni sua forma.
Storia della religione shintoista
Periodo preistorico

Le origini dello Shintoismo si sono perse nel tempo, ma pare che si sia originato alla fine dell'ultimo Periodo Jòmon. Esistono diverse teorie riguardo agli antenati del popolo giapponese odierno; la più accettata è quella che li indica come discendenti di popolazioni dell'Asia Centrale e Indonesia.
Più probabilmente dopo l'arrivo dei primi antenati del popolo cinese, ogni villaggio e area aveva la sua propria collezione di divinità e riti senza alcuna relazione tra un culto locale e l'altro. In seguito all'ascesa degli antenati dell'odierna famiglia imperiale giapponese andò probabilmente a crearsi un pantheon stabile, anche se mai definitivamente, in quanto anche oggi le divinità sono innumerevoli, proprio perché considerate manifestazione della natura stessa, sacra in ogni sua forma.

Relazioni con il Buddhismo

L'introduzione della scrittura nel V seolo e del Buddhismo nel VI secolo ebbero un profondo impatto nello sviluppo di un sistema unificato di credenze shintoiste. Nel giro di un breve periodo di tempo all'inizio del periodo Nara, il Kojiki (Memorie degli eventi antichi), ed il Nihonshoki (Annuali del Giappone, 720 circa) furono scritti compilando miti e leggende esistenti in un resoconto unificato. Questi resoconti avevano un duplice scopo: innanzitutto favorire l'introduzione di temi taoisti, confuciani e buddhisti nella narrativa, mirati a impressionare i cinesi dimostrando che la cultura giapponese non era inferiore alla loro; in secondo luogo queste narrazioni erano volte a legittimare la casa imperiale, facendola discendere dalla dea del Sole Amaterasu. La maggior parte del territorio del Giappone moderno era sotto un controllo frammentario da parte della famiglia imperiale, e gruppi etnici rivali confinanti (inclusi forse gli antenati degli Ainu) continuavano ad essere ostili. Le antologie mitologiche, insieme ad altre antologie di poesie come il Manyoshu, contribuirono a rafforzare la centralità della famiglia imperiale sostenendo e divinizzando il suo mandato governativo.

Con l'introduzione del Buddhismo e la sua rapida adozione a corte, divenne necessario spiegare l'apparente differenza tra il credo nativo giapponese e gli insegnamenti buddhisti. In effetti lo Shintoismo non ebbe un nome fino a che non divenne necessario distinguerlo dal Buddhismo. Quest'ultimo non penetrò spazzando via la precedente fede giapponese, ma al contrario contribuì al suo consolidamento. Esso legittimò infatti tutti gli dèi giapponesi, considerandoli come entità sovrannaturali intrappolate nel ciclo delle rinascite. Questa spiegazione venne più tardi contestata dalla corrente Kukai che considerava i kami come incarnazioni speciali del Buddha stesso. Per esempio collegò la dea del Sole, e antenata della famiglia imperiale, Amaterasu, a Dainichi Nyorai, una manifestazione del Buddha, il cui nome significa letteralmente "Grande Buddha Solare". Secondo questo punto di vista i kami erano semplicemente Buddha con un altro nome. Parallelamente alla teologia anche i due sistemi di valori andarono progressivamente a supportarsi e a scambiarsi elementi: c'è infatti una forte compatibilità tra gli insegnamenti naturalistici dello Shintoismo e quelli compassionevoli del Buddhismo.

La coesistenza e amalgama di Buddhismo e Shintoismo dai punti di vista dello Shinbutsu Shugo e del sincretismo ebbe larga diffusione fino alla fine del Periodo Edo. Nacque un rinnovato interesse negli studi giapponesi (Kokugaku), forse come risultato della politica del paese chiuso. Nel XVIII secolo con vari studiosi giapponesi, in particolare Motoori Norinaga (1730 -1801) furono vari tentativi di separare lo Shintoismo dalle influenze straniere. I tentativi non ebbero grande successo, sin dall'epoca del Nihonshoki, quando parti della teologia e del creazionismo shintoista vennero prese esplicitamente in prestito dalla dottrina cinese (per esempio le divinità procreatrici Izanami e Izanagi furono comparate alle energie del Tao, Yin e Yang). Questi tentativi prepararono comunque il terreno per l'introduzione dello Shintoismo di Stato, in seguito alla Restaurazione Meiji, con il quale Shintoismo e Buddhismo furono ufficialmente separati.



martedì 18 febbraio 2014

BUDDISMO


BUDDISMO


Il Buddhismo o Buddismo (sanscrito buddha-śāsana) è una delle religioni più antiche e più diffuse al mondo. Originato dagli insegnamenti di Siddhārtha Gautama, comunemente si compendia nelle dottrine fondate sulle Quattro nobili verità (sanscrito Catvāri-ārya-satyāni). Con il termine Buddismo si indica più in generale l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato. Sorto nel VI secolo a.C. come disciplina spirituale assunse nei secoli successivi i caratteri di dottrina filosofica e di religione "ateistica", a partire dall'India il buddhismo si diffuse nei secoli successivi soprattutto nel Sud-est Asiatico e in Estremo Oriente, giungendo, a partire dal XIX secolo, anche in Occidente.


Storia

La storia del Buddhismo inizia nel VI secolo a.C. Con la predicazione
Siddhàrtha Gautama. Nel lungo periodo della sua esistenza, la religione si è evoluta adattandosi ai vari Paesi, epoche e culture che ha attraversato, aggiungendo alla sua originale impronta indiana elementi culturali ellenistici dell'Asia Centrale, dell'Estremo Oriente e del Sud-Est Asiatico; la sua diffusione geografica fu considerevole al punto di aver influenzato in diverse epoche storiche gran parte del continente asiatico. La storia del Buddhismo, come quella delle maggiori religioni, è anche caraterizzata da numerose correnti di pensiero e scismi, con la formazione di varie scuole; tra queste, le più importanti attualmente esistenti sono la scuola Theràvada, le scuole del Mahàyàna e le scuole Vajrayàna.


I fondamenti del Buddhismo.

All'origine ed a fondamento del Buddhismo troviamo le Quattro nobili verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'albero della bodhi, le comprese nel momento del proprio risveglio spirituale.

Esse riportate nel Dhammacakkappavattana Sutta del Samyutta Nikàya del Canone pàli e nel Canone cinese nello Zàhànjìng (giapp. Zògon agonkyò, collocato nello Àhànbù , T.D. 99.2.1 a-373b) che è poi la traduzione cinese del testo sanscrito Samyuktàgama al cui interno è collocato il Dharmacakrapravartana Sutra.

Questo è sempre secondo la tradizione, il primo discorso del Buddha, tenuto nel parco delle gazzelle nei pressi di Samath vicino Varanasi (detta anche Benares) nel 528 a.C. Ai suoi primi cinque discepoli, all'età di 35 anni, dopo che nei pressi del villaggio di Bodhgaya, nell'odierno stato del Bihar, aveva raggiunto il risveglio spirituale.
Esse riportate nel Dhammacakkappavattana Sutta del Samyutta Nikàya del Canone pàli e nel Canone cinese nello Zàhànjìng (giapp. Zògon agonkyò, collocato nello Àhànbù , T.D. 99.2.1 a-373b) che è poi la traduzione cinese del testo sanscrito Samyuktàgama al cui interno è collocato il Dharmacakrapravartana Sutra.

Questo è sempre secondo la tradizione, il primo discorso del Buddha, tenuto nel parco delle gazzelle nei pressi di Samath vicino Varanasi (detta anche Benares) nel 528 a.C. Ai suoi primi cinque discepoli, all'età di 35 anni, dopo che nei pressi del villaggio di Bodhgaya, nell'odierno stato del Bihar, aveva raggiunto il risveglio spirituale.

Questo discorso è quindi anche detto il “Discorso di Benares”, fondamentale per il Buddhismo, che da questo prende le mosse, tanto da farlo considerare l'evento che da inizio al Dharma ( sans. Dhamma, pàli), ossia la dottrina Buddhista. La ricorrenza di questo evento è infatti festeggiata nei paesi di tradizione theravàda con la festa di Magà Puja, il “giorno del Dhamma”. Da altri è invece considerato il punto di inizio della prima comunità buddhista, formata proprio da quei cinque asceti che lo avevano abbandonato anni prima sfiduciati dopo essere stati a lungo suoi discepoli.

In questo discorso si identifica il Buddhismo come “La via di mezzo” in cui si riconosce che la retta condotta risiede nella linea mediana di condotta di vita evitando tanto gli eccessi egli assolutismi, quando il lassismo e l'individualismo.

Nell'esposizione di questo insegnamento il Buddha enuncia le Quattro nobili verità, frutto del proprio risveglio spirituale testé raggiunto. Queste “Quattro Nobili Verità” contemplano l'aspetto pratico della condotta di vita e della pratica spirituale buddhista nel cosidetto Nobile ottuplice sentiero, che costituisce il secondo cardine dottrinale del Buddhismo.

I punti salienti della visione buddhista della “realtà percettiva” indirizzata dall'insegnamento del Buddha, sono:

  1. la dottrina della sofferenza o duhkha, ossia che tutti aggregati (fisici o mentali) sono causa di sofferenza qualora li si voglia trattenere ed essi cessano, oppure si voglia si voglia spararsene ed essi permangono.
  2. La dottrina dell'impermanenza, o anitya, ossia che tutto quanto è composto di aggregati (fisici o mentali) è soggetto alla nascita ed è quindi soggetto a decadenza ed estinzione con la decadenza ed estinzione degli aggregati che lo sostengono;
  3. la dottrina dell'assenza di un io eterno ed immutabile, la cosidetta dottrina dell'anàtman come conseguenza di una riflessione sui due punti precedenti.

Tale visione è integrata nella.

  • Dottrina della coproduzione condizionata, ossia del meccanismo di causa ed effetto che lega l'uomo alle illusioni ed agli attaccamenti che costituiscono la base della sofferenza esistenziale;
  • dottrina della vacuità che insiste sull'esistenza di una proprietà intrinseca nei composti e nei processi che formano la realtà e sulla stretta interdipendenza degli stessi.

Un elemento importante del Buddhismo, riportato in tutti i Canoni, è la conferma dell'esistenza delle divinità come già proclamate della letteratura religiosa vedica (i deva, tuttavia, nel Buddhismo sono sottomessi alla legge del karma e la loro esistenza è condizionata dal samsàra). Cosi nel Majjhima Nikàya dove al brahmano Sangarava che gli chiedeva se esistessero i Deva, il Buddha storico rispose: << I Deva esistono! È questo è un fatto che io ho riconosciuto e su cui tutto il mondo è d'accordo>>. Sempre nei testi che raccolgono i suoi insegnamenti, testi riconosciuti tra i più antichi in assoluto e conservati sia nel Canone pàli che nel Canone cinese e che storiografia contemporanea inquadra nel termine. Agama-Nikàya, il Buddha storico consiglia a due brahmana che dopo aver dato da mangiare a uomini santi, si debba dedicare questa azione alle divinità (Deva) locali che restituiranno l'onore concesso loro assicurando il benessere dell'individuo (Digha-nikàya). È evidente, a partire da questi due antichi brani, la certezza da parte del Buddha storico che le divinìtà esistessero e andassero onorate. A differenza, tuttavia, delle altre correnti religiose dell'epoca, il Buddha ritiene che le divinità non possano dare all'uomo la salvezza del Samsàra, né un significato ultimo della propria esistenza. Va precisato, peraltro, che non esiste, né è mai esistita alcuna scuola buddhista al mondo che affermi, o abbia affermato, la inesistenza delle divinità. Tuttavia la totale mancanza di centralità delle divinità nelle pratiche religiose e nelle dottrine buddhiste di tutte le epoche ha fatto considerare, da parte di alcuni studiosi contemporanei, il Buddhismo come una religione 'atea'.


domenica 16 febbraio 2014

INDUISMO


INDUISMO



Abbiamo iniziato a parlade della CULTURA DELL'INDIA introducendo il Giainismo come discorso filosofico prima ancora che religioso in quanto è una fede a se stante, basata sugli insegnamenti dell'Asceta Mahavira ma non dimentichiamoci che il credo più diffuso in tutta l'India ed anche fuori è l'INDUISMO.

Dare una definizione unitaria dell'induismo è difficile, poiché esso – più che una singola religione in senso stretto – si può considerare una serie di correnti religiose, devozionali e/o metafisiche e/o teologico-speculative, modi di comportarsi, abitudini quotidiane spesso eterogenee, aventi si un comune nucleo di valori e credenze religiose, ma differenti tra loro a seconda del modo in cui interpretano la tradizione e la sua letteratura religiosa, e a seconda di quale aspetto diviene oggetto di focalizzazione per le singole correnti.

Un po' come il Cristianesimo diramato in ortodossia, protestantesimo, ed altre diramazioni che si sono andate comformandosi nel corso degli anni, come la chiesa anglicana o cristiana-metodista come il Gospel tra le popolazioni afro-americane degl'anni trenta, ecc.


Etimologia

Il termine italiano “Induismo”, deriva dal termine anglosassone Hinduism diffuso dagli inglesi in epoca moderna, coniato aggiungendo il suffisso ism al sostantivo hindu, quest'ultimo termine a sua volta utilizzato, a partire dal XIII secolo, dai turchi di fede mussulmana per indicare coloro che non si convertivano alla loro religione nonché, con il termine arabo al-Hind, occorre nei testi arabi ad indicare l'intero popolo dell'India.

Il termine hindu, fu in origine prettamente geografico in quanto si fa derivare dall'antica parola iranica utilizzata, fin dall'epoca Achemeride, per indicare il fiume Indo e la regione dei suoi sette affluenti e i suoi abitanti, fiume e regione a loro volta denominati in sanscrito vedico dagli indoari come Sapta Sindhu e Sindhu.

La regione a est del fiume indo diventa cosi l'Hindustan (il termine stan nelle varie lingue indoeuropee, come l'antico persiano, indica il “luogo dove si sta”, un “territorio”), e i suoi abitanti vengono chiamati “hindu” dai Persiani e, più tardi da Greci e Romani.

Con la colonizzazione britannica, il termine inglese Hinduism fu dunque impiegato per indicare un insieme variabile di fatti culturali e religiosi presenti nel Subcontinente indiano, e quindi tradotto nelle principali lingue europee.

Sucessivamente gli stessi indiani finirono per utilizzare il termine, di conio anglosassone, hinduism per indicare la propria identità nazionale in contrapposizione a quella dei colonizzatori. Anche se il termne hindu compare già nel XVI secolo in testi religiosi vaisnava in cotrapposizione al termine yavana (mussulmano).

I fedeli hindu non indicano, tuttavia, la loro fede religiosa come “Hinduism” (induismo), termine che non compare in alcun vocabolario indiano tradizionale antico o moderno quanto piuttosto come Sanatanadharma (Ordine, Norma, Religione eterna) in quanto i suoi fondamenti non sono frutto dell'esperienza umana ma della rivelazione divina, fin dallo stesso Veda manifestatosi all'alba dei tempi ai veggenti detti Rsi.

O ancora lo indicano come Varnasramadharma ovvero come il Dharma che regge come essere secondo la sua collocazione (varna)

assegnandoli un impegno suo proprio (asrama) di ordine sociale, religioso e morale.

L'induismo viene tradizionalmente indicato anche come Aryadharma, la Religione degli arya, e Vaidikadharma, la Religione dei Veda.

Ciononostante Stefano Piano ritiene che con il termine “Induismo” si possa indicare :
<<Con tale parola si designa non tanto una religione quanto un'intera cultura, una visione del mondo e della vita, un modo di essere e di comportarsi, una serie di abitudini quotidiane che si tramandano da millenni, con scrupolosa tenacia, in seno ad una civiltà estremamente fedele al proprio passato e nella quale predomina una concezione “Religiosa” dell'uomo e dell'universo>>

Premessa: i commenti visualizzati con questo colore sono miei personali e non tratti da altri testi ricercati nel Web



 


sabato 15 febbraio 2014

CULTURA DELL'INDIA

Cultura dell'India

GIAINISMO

Il giainismo (o Janismo) è un'antica religione; inizialmente documentata come una fede a sé stante, e sopratutto una filosofia in quanto non implca divinità definite. È basata sugli insegnamenti di Mahavira (559-527 a.C.), un asceta di nobile estrazione che indicava la via alla perfezione umana sulla base della nonviolenza. Secondo la sua dottrina, la filosofia jainista diventa un modo di vivere e un modo di comprendere e codificare le verità eterne e universali che occasionalmente si erano manifestate all'umanità e che più tardi riapparirono negli insegnamenti degli uomini che avevano raggiunto la illuminazione o onniscenza (Keval Gnan). I fedeli ritengono che nella parte dell'universo in cui ci troviamo e nel presente ciclo temporale, la filosofia sia stata comunicata all'umanità da un mitico maestro, Rishabha. Prove risalenti alla civiltà della valle dell'Indo (ca. 3000-1500 a.C.), sembrano attestarne l'esistenza, grazie a sigilli e artefatti dissepolti fin dalla scoperta di questa civiltà nel 1921.

Dottrina:

Il giainismo insegna che ogni singolo essere vivente, dal moscerino all'uomo, è un'anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti. I giainisti ritengono che il loro credo insegni all'individuo come vivere, pensare e agire in modo tale da rispettare e onorare la natura spirituale di ogni essere vivente, al meglio delle proprie capacità.
Dio è concepito come l'insieme dei tratti immutabili dell'anima pura, come Signore fra le anime poiché rappresenta l'infinta conoscenza, percezione, coscienza e felicità (Ananta Gnana, Darshan, Chatanya, e Sukh). L'universo stesso e eterno, non avendo ne inizio ne fine (per questo motivo, si ritiene che il giainismo sia una via religiosa che non include la concezione di un dio creatore). Le figure principali sono i Tirthankara. Il giainismo ha due principali varianti: il digambara e il shvetambara. I fedeli credono in principi quali l'ahimsa, l'ascetismo, il karma, il samsàra e il jiva. Esistono molte scritture sacre redatte in un periodo di tempo molto lungo. Molti seguaci ritengono che il testo religioso principale sia il Tattvarta sutra, o Libro delle realtà, scritto 18 secoli fa dal monaco e intellettuale Umasvati.
Predicando una assoluta non-violenza, il giainismo prevede un forma estrema di vegetarianesimo: la dieta del fedele esclude anche molti vegetali e persino l'acqua viene filtrata al fine di non ingerire involontariamente piccoli organismi. È fatto divieto di mangiare bere e viaggiare dopo il tramonto ed è invece necessario alzarsi prima dell'alba, poiché la luce del sole (e quindi del mondo) deve cogliere l'uomo sveglio e vigile.




   

 
 

RIEPILOGO

Ora che abbiamo parlato di Gesù e di Maometto, il profeta del CORANO ISLAMICO che si rifà al discorso teologico dell'esistenza di DIO o ALLAH (Dio in arabo). Come unico e vero creatore dell'universo nelle due religioni monoteiste CRISTIANESIMO e ISLAMISMO, spesso in contraddizione tra di loro in quanto vengono considerate RELIGIONI per coloro che hanno il dono della fede e non intendono distogliere l'attenzione al di fuori di questi due pensieri teologici e credere ciecamente in una o l'altra RELIGIONE, senza nessun' ombra di dubbio al di fuori della loro Fede.
Mentre il mio personale intento è anche quello di sapere guardare oltre alla ricerca della VERITA' con lo studio dei vari pensieri di popoli diversi sul tema teologico etico-religioso, come l'India e l'Indocina dove altre teorie si sono sviluppate attraverso la storia di diversi personaggi, profeti o teologi che hanno influenzato le genti con diversi discorsi filosofici e o esperienze meta-fisiche del pensiero e della mente umana.
E tornando sul racconto di Mithra, sicuramente esistito come fatto storico, dato le innumerevoli testimonianze ritrovate a Roma e non solo. Ma a mio modesto e umile giudizio lo ritengo di importanza minore rispetto alla vera storia di Gesù vuoi perché fu una religione che tanto piaceva ai soldati e legionari in quanto prometteva vita eterna a coloro che fossero morti in battaglia per una giusta causa, come se combattere con armi per soccombere le tribù dei barbari per dominare popoli in nome di una espansione dell'impero Romano fosse una giusta causa, non esiste una giusta causa se lo scopo è quello di dominare popoli liberi, seppure barbari, ma esiste una giusta causa combattere in nome di una difesa contro gli oppressori in nome della propria ed altrui libertà di vivere in pace.
E tornando al discorso di Mohammed (Maometto) prima dell'avvento dell'Arcangelo Gabriele e dei successivi incontri onde poter scrivere il Corano per la nuova religione Islamica, che avvenne quando egli aveva già 40 anni e che prima di divenire un predicatore fosse solo un umile commerciante ma non certo analfabeta come tanti vorrebbero far credere, ne tanto meno Gesù che nulla lasciò di scritto di suo pugno ma che analfabeta non era dato che: Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
 

Comunque, la vera storia di Gesù, ci racconta che egli non fu il fondatore di una nuova religione. Ed il fatto che Gesù disse:
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa? E' una bufala bella e buona. Ora, abbandoniamo per un attimo il discorso del Cristianesimo, ed andiamo a scoprire altre verità legate al discorso teologico, ed iniziamo da un paese affascinante e ricco come l'INDIA.



martedì 11 febbraio 2014

CRISTIANESIMO: Chi era veramente Gesù


Chi era veramente Gesù?

Chi era Gesù? Alla luce dei risultati della ricerca storica moderna, fondata sullo studio oggettivo di tutte le fonti disponibili, possiamo affermare che Gesù è stato un riformatore del Giudaismo, non un fondatore di nuove religioni, tantomeno del Cristianesimo, che si è andato configurando sviluppando solo alcuni decenni dopo la sua morte.

Gesù era un rivoluzionario, più che un semplice riformatore, perché ribaltò completamente la mentalità dell'epoca: il Giudaismo era infatti una religione tipicamente nazionalista, legalista e autoritaria, mentre l'insegnamento di Gesù era assolutamente individuale, interiore, spirituale.

Nel Giudaismo fare il bene era un dovere da compiere sotto la spinta di minacce anche fisiche, oltre che morali. Per Gesù fare del bene “fa bene” innanzitutto a chi lo fa.

Il Gesù dei vangeli è più psicologo che predicatore religioso: non si preoccupa molto di ciò che avviene dopo la morte, ma parla sempre del QUI-ED-ORA e dell'ATTEGGIAMENTO MENTALE della persona, INDIPENDENTEMENTE DALLE CONVINZIONI RELIGIOSE! Non a caso simpatizza per i samaritani, considerati eredi dei giudei osservanti.

I cristiani dovrebbero leggere seriamente i vangeli per scoprire che Gesù non ha mai chiesto a nessuno di cambiare la propria religione, nemmeno ai pagani, semmai di mettere in discussione la propria mentalità, la propria vita, i propri obbiettivi, i propri valori.

I vangeli sono pieni di modelli anticonformisti. È sempre l'altro il diverso, l'eroe da imitare. Non è il sacerdote o il fariseo, non è il bravo osservante della legge, non è lo scrupoloso esecutore dei comandamenti a suscitare la simpatia di Gesù, che anzi più volte ha manifestato di essere profondamente anticlericale e contro ogni esteriorità religiosa, vista sempre in sospetto di ipocrisia.


Gesù sta sempre dalla parte di coloro che sono oggetto di diffidenza se non di aperta discriminazione: i pubblicani, le prostitute, i poveri, i lebbrosi, i malati, i samaritani, persino gli invasori romani che, in quanto individui, sono comunque considerati meritevoli di ricevere quantomeno una parola di conforto.


Gesù e il contesto religioso del suo tempo


Ai tempi di Gesù la religione dei Giudei era essenzialmente legalista e giuridica, fatta di tradizione e regole, osservanza di rituali e festività, adempimento letterale dei comandamenti, innumerevoli divieti piuttosto che esortazioni positive, prescrizione inerenti i cibi puri ed impuri, digiuni.

Insomma si trattava di pratiche fondamentalmente esteriori che poco o nulla avevano a che fare con la sfera interiore degli individui, anzi, il concetto stesso di individuo era quasi inesistente, schiacciato dall'obbligo morale di doversi sentire collettivamente “popolo di Dio” in modo massificato e compatto.

(Come del resto avviene ancora oggi nell'islamismo) (questo l'ho aggiunto io).

Gesù capovolse questa prospettiva introducendo un elemento assolutamente nuovo: l'amore incondizionato per il prossimo e addirittura per i nemici diventava il basilare paradigma che sostituiva la cieca osservanza della legge.

L'insegnamento di Gesù di Nazareth trascendeva gli stessi confini confessionali giudaici per divenite MESSAGGIO UNIVERSALE, non strettamente religioso ma anche filosofico, etico, volto a risvegliare le coscienze ad un modo nuovo e diverso di vedere sé stessi e gli altri, la vita e la morte.

(questo bisognerebbe inculcarlo nella testa dei nostri politici della CASTA, se fosse necessario anche attraverso un tassello nel loro cranio onde versare interamente le parole di Gesù, anche questo lo aggiungo io)

Gesù era apero anche a contributi culturali etereogenei rispetto alla stretta osservanza giudaica. Ciò è documentato dalle corrispondenze fra gli insegnamenti di Gesù e quello degli Esseni, una comunità monastica molto particolare, vegetariana e pacifista, studiosa delle FILOSOFIE ORIENTALI ( a questo proposito è interessante notare certa somiglianza fra alcuni insegnamenti di Gesù e il Dharma buddista)


La divinizzazione di Gesù

Se Gesù non fosse stato presentato in modo simile ad Eracle (Ercole) e a Mithra, cioè come un essere semidivino, figlio di un Dio e di una terrestre, eroe vittorioso sul male dopo aver affrontato varie fatiche e prove, la diffusione della religione cristiana non avrebbe potuto avere quel successo popolare che invece ottenne, più fuori che dentro la Palestina, proprio perché essa era immediatamente riconoscibile e familiare per tutte le genti pagane.

In mancanza del concetto postumo della "divinità" di Gesù, il Cristianesimo, o comunque lo si volesse chiamare, sarebbe rimasto ciò che era inizialmente, ovvero nient'altro che una sètta interna dell'ebraismo (ovvero la Sètta dei Nazirei così chiamata anche negli Atti degli Apostoli cap. 24) o si sarebbe estinto del tutto.

Gesù si definiva un Rabbi, un Maestro, non un essere soprannaturale. E' vero che molti videro in lui il "Messia", ma nel contesto ebraico il Messia era un LIBERATORE POLITICO, e l'ATTESA del Messia in quei tempi era spasmodica proprio per via dell'occupazione romana.

Per gli ebrei era intollerabile dipendere da uno Stato straniero, specie se pagano e idolatra come i Romani.

Ad ogni "Messia" spettava, tra l'altro, il titolo di: "figlio di Dio", che nel contesto israelita era un titolo puramente simbolico, mentre nella cultura greca non poteva che essere percepito in modo METAFISICO e letterale, anche perché nella religione greca era consueto postulare l'esistenza di esseri semidivini "figli di un Dio" e di una umana (Eracle, Dioniso, ecc.)

Le leggende sulla sua origine divina e sul presunto concepimento miracoloso sono molto tardive, essendo state elaborate solo quando il Cristianesimo cominciava a diffondersi al di fuori del contesto ebraico.

Quando si leggono i vangeli va sempre tenuto presente che sono POSTERIORI alle epistole di Paolo e alla sua zelante opera missionaria in Grecia. Per questo, quando sono stati scritti, si è cercato di raccontare i fatti in un modo facilmente comprensibile per chi apparteneva alla cultura ellenico-romana, tanto più che Gerusalemme era stata distrutta (nel 70 d.C.) e la nascente nuova religione non poteva più contare sulla sua prima sede (che gli apostoli avevano appunto fissato a Gerusalemme) ma doveva cercare di svilupparsi fra i pagani, ovvero nel territorio dell'Impero.

Fu soprattutto san Paolo, "l'Apostolo delle genti", a intuire che per favorire la diffusione del Cristianesimo occorreva, paradossalmente, SOSTITUIRE l'insegnamento di Gesù con il CULTO DELLA SUA PERSONA, del suo corpo e del suo sangue, cosa che poteva essere ben comprensibile per le masse popolari pagane e quindi garantire un successo perlomeno numerico, se non qualitativo, alla nuova religione.

Fu così che il maestro Gesù divenne "il Cristo", da adorare, da invocare, da utilizzare come protettore e mediatore nei confronti della severa divinità, finalmente placata dalla morte di Gesù, reinterpretata da san Paolo quale "sacrificio espiatorio" per le colpe dell'umanità.

Perfino IL NOME con cui sarà conosciuto Gesù è un ibrido sincretismo: Gesù Cristo, ossia Joshua Cristòs, primo nome ebraico e secondo nome greco.

Ma ciò è anche anacronistico, perché Gesù non parlava greco, e presumibilmente non sentì mai alcuno parlare in questa lingua. Lo stesso nome "Gesù Cristo" già allude alla "idolatrizzazione" pagana della sua figura.

Già allora, come oggi, venivano compiute abilissime operazioni di "IMMAGINE" per scopi puramente propagandistici e per accattivarsi le simpatie dell'opinione pubblica.

Gesù diventa "vittima espiatoria"

Per i pagani di cultura greca e romana, ma anche per tutte le religioni primitive, le divinità erano interpretate come tendenzialmente ostili e vendicative, e dovevano essere pertanto "propiziate" da sacrifici di animali in modo che l'aggressività del dio fosse "saziata" e quindi "disinnescata", almeno temporaneamente.

Dato che Gesù fu condannato a morte, oltretutto come sovversivo e agitatore di disordini, ciò aveva seriamente compromesso la sua reputazione, perché sia ebrei che pagani ritenevano che chi avesse il favore della divinità doveva, al contrario, essere immune da sventure e protetto da ogni pericolo.

Infatti, il movimento di Gesù, dopo la sua morte, era allo sbando. I Vangeli descrivono gli stessi apostoli come scoraggiati e demotivati.

Un primo tentativo di "rilanciare" l'entusiasmo tra i seguaci di Gesù fu la diffusione del mito della sua presunta resurrezione, sebbene in molte varianti contraddittorie, tutte riportate nei vangeli, compresa la variante più posteriore, quella che fa seguire la resurrezione dall'ascensione fisica in cielo.

Nient'altro che miti ebraici: ai pagani la resurrezione non diceva nulla, infatti negli Atti degli apostoli leggiamo che i greci dileggiarono l'ipotesi della resurrezione fisica di un morto (Atti 17).

Ciò che "salvò" il movimento di Gesù dalla probabile estinzione non fu quindi il mito della resurrezione, né la predicazione degli apostoli, che non produsse alcun risultato fuori dal ristretto ambiente palestinese, ma fu l'ABILITA' DI PAOLO, che reinterpretando la crocifissione come "sacrificio" NON per i soli ebrei ma per tutta l'umanità, rese internazionale la nuova religione perché, come si diceva, l'idea di un SACRIFICIO ESPIATORIO era immediatamente comprensibile in quanto archetipo universale già noto a tutte le tradizioni antiche.

Ciò avvenne non senza aspre polemiche con la chiesa "ufficiale" dell'epoca, ovvero quella di Gerusalemme, gestita dagli apostoli, che al contrario di Paolo ritenevano il "cristianesimo" (anche se non si chiamava ancora così) nient'altro che un modo nuovo di intendere la religione ebraica.

Infatti, per molti anni, nella primitiva chiesa cristiana l'ala cosiddetta "giudaizzante" riteneva che se un pagano voleva seguire l'insegnamento di Cristo, doveva innanzitutto farsi CIRCONCIDERE, e diventare ebreo d'adozione.

Paolo vedeva in questa regola un grosso limite all'espansione delle "sue" chiese, ovvero quelle che si trovavano in area greca, e del suo ruolo piuttosto ambizioso di "apostolo delle genti" e si addirittura si ribellò fermamente a Pietro, da lui chiamato "ipocrita" perché si faceva influenzare da coloro che Paolo chiamava con disprezzo "quelli della circoncisione" (l'episodio è descritto nell'epistola di Paolo ai Galati, cap. 2)

Perché proprio il "sacrificio" di Gesù doveva avere un così grande valore? Perché Gesù non era un uomo "normale", secondo la nascente apologia cristiana, ma un semidio, figlio del Dio degli ebrei e di una terrestre, ovviamente vergine, come tutte le madri di tutti gli esseri semidivini mediterranei, a partire dalla popolarissima ISIDE che già veniva raffigurata con il bambino in braccio (HERO).

La figura mitologica di ISIDE (e di molte altre divinità femminili) sarà poi letteralmente TRASFERITA SU MARIA, la madre di Gesù. A distanza di 2000 anni, Maria viene ancora rappresentata con le caratteristiche fisiche dell'egiziana ISIDE, e non con quello che doveva essere l'aspetto di una ragazza palestinese.

Appartengono al culto di ISIDE anche le consacrazioni delle "grotte", in quanto divinità legata alla Terra. Certamente i devoti che si recano a Lourdes o in altri luoghi "mariani" non immaginano che la Grande Madre la cui statua è posta nelle grotte è ISIDE e non Maria.

 

NOTA
I pagani non potevano accettare il culto di un uomo che non avesse una qualche origine "divina", per quanto eroico e meritevole.

Era IMPENSABILE una diffusione in area ellenica del Culto di un UOMO per di più un semplice "figlio di un falegname". Era anche improbabile che i Greci e i Romani si convertissero al monoteismo di  JAHWEH, il Dio di Israele.

Perciò la Chiesa del primo secolo ha dovuto "provvedere" aggiungendo al Vangelo di Matteo e di Luca (ancora erano delle semplici tradizioni orali) il racconto leggendario della nascita da una Vergine, come la cultura dominante esigeva. Di tale racconto non c'è traccia nei Vangeli di Giovanni e di Marco, nonché in alcun'altra parte del Nuovo Testamento.

Negli stessi vangeli di Matteo e di Luca il racconto della nascita miracolosa è aggiunto posteriormente, con un diverso stile letterario. Chiunque può infatti constatare, anche da una semplice lettura, che il vero inizio del Vangelo di Matteo corrisponde al secondo capitolo.

Un UOMO-DIO che oltretutto venisse "sacrificato" come "vittima espiatoria" era invece la soluzione perfetta, PERCHE' RIASSUMEVA TUTTI I MITI RELIGIOSI MEDITERRANEI. Gesù non era "solo" ERCOLE (ERACLE), ma anche MITRA, APOLLO, MERCURIO, ecc. Un simile "Cristianesimo" era l'esperanto delle Religioni.

Peraltro anche in seguito il Cristianesimo (nella sua forma cattolica) manterrà questa caratteristica, ovvero di poter FAGOCITARE e di APPROPRIARSI di qualsiasi tipo di culto, tradizione, devozione, adattandola ed eventualmente adattandosi.

L'esempio più lampante potrebbe essere il NATALE DEL SOLE (praticamente la festa del solstizio d'Inverno, il "Dies Natalis Solis Invicti") che diventa gradualmente, almeno vari secoli dopo Cristo, il NATALE DI GESU'.

Il pagano DIO PROTETTORE (dei fornai, dei macellai, dell'amore, delle messi, ecc.) è diventato il SANTO PATRONO dei fornai, dell'amore, ecc. MANTENENDO DI SOLITO lo stesso giorno commemorativo.

Ma esistono anche esempi recenti: la FESTA LAICA DEL 1° MAGGIO è recentemente diventata la FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE. Un vero e proprio furto di date, finalizzato a compiacere ed attrarre l'attenzione della gente, da parte di una Religione mai sazia di popolarità, di consensi esteriori, di dominio sulla credulità popolare.

Gesù non si occupava di RELIGIONI ma dell'UOMO

Si noti che Gesù non ha mai presentato una visione della sfera spirituale di tipo mercanteggiante, ovvero finalizzata a presunti benefici da realizzarsi nell'aldilà. Gesù è sempre concentrato sull'interiorità dell'uomo, sul suo essere qui-ed-ora, sulla mente.

A coloro che venivano guariti da malattie autosuggestive (come la paralisi isterica, Gesù diceva: "la tua fede ti ha salvato". Dunque: "la tua mente". Nessun intervento magico o miracolistico, semplicemente Gesù riteneva che la nostra mente può "spostare le montagne". Non la religione, non i riti né i sacrifici, e nemmeno Dio, ma la nostra fede, ovvero la profonda intenzione della nostra mente.

Basti pensare a celebri detti di Gesù come "chi vuole salvare la sua vita la perderà" oppure "non siate ansiosi per il futuro".

Secondo Gesù, la condizione umana richiede di essere riscattata, "salvata", dal proprio stato di sofferenza attraverso un cammino di illuminata comprensione e consapevolezza, basata NON SULLE COSE ESTERIORI (come appunto cerimonie religiose, ecc.) ma sull'INTERIORITA' ("Il Regno di Dio è dentro di voi") che non ha bisogno di RIVERENTI OBBEDIENZE A POTERI RELIGIOSI ("Non chiamate nessuno sulla terra vostro Padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli") ma di RITROVARE SE' STESSI NELLA MEDITAZIONE ("Quando preghi, chiuditi a chiave nella tua cameretta")

Gesù, il Monoteismo e la "fede non religiosa"

Si potrebbe certamente osservare che Gesù, da bravo ebreo,  fa costantemente riferimento al concetto di Dio.

Tuttavia possiamo osservare alcuni elementi interessanti:

Innanzitutto, Gesù non teorizza un "intervento" divino nella sfera umana, e NON C'E' una comoda "PROTEZIONE DIVINA" ma l'uomo deve comunque assumersi le sue responsabilità, valutare le sue possibilità e soprattutto gli EFFETTI del suo agire.

Infatti, quando Gesù prese posizione su una catastrofe che accadde in quel periodo (chissà perché ma questo è uno degli episodi dei vangeli meno conosciuti) ovvero il crollo della torre di Siloe, che uccise 18 persone, non disse che si trattava di una "punizione divina", né ritenne che Dio doveva occuparsi di proteggere le persone dalle catastrofi naturali o comunque imprevedibili.

Si trattava di un semplice accadimento "casuale" che NON DOVEVA ESSERE STRUMENTALIZZATO per ricavarne alcun principio (vangelo di Luca, cap. 13).

Egli affermò tuttavia che sia chi muore in simili incidenti sia chi sopravvive, si trovano esattamente nella stessa condizione, perché il vero bene per dell'uomo non è "sopravvivere alla morte" ma "convertirsi", ovvero ricercare quella trasformazione interiore senza la quale non c'è molta differenza qualitativa tra vivere, sopravvivere o morire.

Quindi Gesù è senz'altro concentrato non su un mero attaccamento alla vita fisica, ma su una dignità umana QUALITATIVA.

In pratica, sebbene Gesù si trovi in un contesto ebraico abituato a schemi profondamente monoteisti, si può osservare che nel suo insegnamento il concetto di Dio è più "teologico" che metafisico. Una metafora che aiuta a capire, non una dottrina da credere o imparare.